Villa Lucia
L’ammaliante villa lucia fu un pegno d'amore di un Re.
In cima al colle del Vomero, una villa neoclassica, voluta da Ferdinando IV per la donna amata e costruita da Antonio Niccolini:
dietro una facciata da tempio pagano, la compiacente atmosfera di un salotto Ottocento

Che un re costruisca per la sua favorita un palazzo degno delle sue grazie è nella norma, ma che poi decida di edificarle l'Olimpo in terra è cosa straordinaria. Nella storia che ci accingiamo a raccontare - storia di una casa soprattutto — lui è il re delle due Sicilie, Ferdinando IV, lei è Lucia Migliaccio, vedova di Benedetto Grifeo del Bosco, principe di Partanna. Ferdinando è avanti negli anni, ne ha 64, e nemmeno donna Lucia è una ninfa Egeria, ma è ancora «una donna fresca e piacente, non alta, ben fatta e di giuste proporzioni, occhi neri e brillanti», insomma quanto basta per far dimenticare al re le angherie dell'acida e asburgica consorte Maria Carolina e per ridare vigore ai suoi istinti di lazzaro e «femminajuolo» impenitente. Ferdinando però ne era davvero innamorato, tanto che, nonostante i malumori del principe ereditario - morta Maria Carolina - la mattina del 27 novembre 1814 l'arcivescovo di Palermo univa in matrimonio la non giovane quanto illustre coppia.
Ferdinando allestì per Lucia un appartamento a Palazzo Reale, le acquistò il palazzo del duca Coscia in piazza Santa Caterina (oggi piazza dei Martiri), un elegante edificio di Mario Gioffredo, riveduto e corretto poi da Antonio Niccolini, e cominciò ad accarezzare l'idea di una sorta di Petit-Trianon per la sua gentile signora. Ferdinando mise così gli occhi sulla villa in collina di Giuseppe Caracciolo, principe di Torella: alla bellezza dei luoghi si univa lo «sfizio» maligno del re di togliere «quel luogo di delizie a un Caracciolo che si era discreditato sposando Caterina Saliceti, figlia del ministro di Gioacchino Murat». Il Caracciolo premurosamente «accontentò» il desiderio del re, e la villa fu ceduta. Immediatamente Antonio Niccolini avviò i lavori, realizzando come prima opera l'elegante ingresso che ancora oggi si vede dal lato di via Cimarosa al Vomero. «Con moderna sensibilità e spirito romantico, Niccolini aderisce liberamente alle condizioni di natura, senza concetti aprioristici scrive Arnaldo Venditti in "Architettura Neoclassica a Napoli" - combinando palazzina e giardini, viali e sentieri, macchie e prati, statue e fontane in funzione individuale, e tutto confluente in un'unità veramente ammirevole». Stupori ed entusiasmi sono immediati nel contemplare tanta bellezza: don Giuseppe Francioni Vespoli, cavaliere gerosolimitano, nel 1825 da alle stampe un prezioso libello («La Floridiana: cenno topografico»), dove in un mare di iperboli ne cataloga le meraviglie («Che cosa eran mai le ville de' Luculli e de' Pollioni... potevano esse paragonarsi a questa villa che sembra ivi fabbricata per man delle Fate? ... Tu lo diresti '1 beante incantato giardino d'Armida o di Alcina»).
Niccolini costruisce così il palazzo, sistema i giardini disegnandovi persino un labirinto, getta un ponte agile ed elegante al di sopra di un vallone di tufo e mette mano a Villa Lucia. Prima della costruzione del secondo edificio, Villa Lucia, è l’ardito ponte a essere motivo di stupore: alto dal terreno sedici metri e mezzo e lungo alla base circa trenta; con la sua curva sveltissima, visto dal mare e da Chiaia, terma lo sguardo di tutti. Ferdinando e Lucia non trascurarono alcun dettaglio perché «la splendida doppia residenza non mancasse di abbellimenti e di sorprese onde il rinato gusto classicheggiante, specie in Inghilterra, popolava le ville dei principi e dei magnati della finanza» (Gino Doria). Al tedesco Denhardt, direttore dell'Orto botanico e ordinatore del parco di Capodimonte, fu dato l'incarico di arricchire il giardino con piante rare e preziose. Si progettò un teatrino all'aria aperta con le statue di Melpomene e di Talia, un tempietto, le serre, una coffee-house, così ancora descritta dal Vespoli: «Questo Kaffehaus è abbellito da bellissimi mobili, ed elegantissime suppellettili. Un delizioso parterre smaltato da mille fiori nascenti, seminato d'amaranti e di viole, introduce al nobile Tempio, la cui facciata è decorata dalle immagini delle Muse e delle quattro Stagioni». La coffee-house altro non è che la palazzina pompeiana di Villa Lucia.

Il re e la consorte seguirono attentamente i lavori del Niccolini, anche quando si dovettero assentare per i Congressi di Lubiana e di Verona e per il viaggio a Vienna. Donna Lucia a tutte le altre dimore personali e di corte preferiva la «Floridiana»: Carafa d'Andria e Di Giacomo raccontano entrambi che «vi restava tutta l'estate e quasi tutta primavera, e vi ritornava spesso anche nel verno, nelle belle giornate». Ma per pochi anni Lucia e Ferdinando godettero la villa: il re morì nella notte del 7 gennaio 1825 e la duchessa lo seguì nella tomba il 26 aprile 1826. Nel testamento della duchessa di Floridia, la «quota Ponte», quella in cui cadeva la coffee-house (Villa Lucia), toccò al figlio Luigi Grifeo, che, morto scapolo, chiamò erede il nipote Salvatore Grifeo, principe di Partanna. Nel 1863, Villa Lucia fu venduta al conte Michele Tyszkiewitz di Vilna.
Cinque anni dopo la proprietà passò all'inglese James Henry Young. Nel 1892, scriveva Riccardo Carafa d'Andria in «Napoli Nobilissima»: «Nel giardino di Villa Lucia si vede ancora una fontana di marmo bianco adornata da un gruppo allegorico rappresentante Imene che porge una ghirlanda di rose ad Amore. A traverso un buco della ghirlanda passava un raggio di sole che si rifletteva su la superficie d'una meridiana, e segnava costantemente la data del matrimonio del Re con la Floridia, incisa sulla pietra».
Lamont Young, figlio di James, continuò i lavori adattandoli a nuove esigenze, costruendo «un cospicuo casamento d'un piano di ingresso e cinque piani» (ex Hotel Bertolini), trasformando così tutto il lato meridionale preesistente della villa e ricavando un'ampia terrazza in prosieguo dell'antico parterre. L'architetto inglese trasformò anche l'antica casa del guardiano in un piccolo elegante chalet a uso di foresteria.
Da allora, la villa è passata a vari e numerosi proprietari, mantenendo pressoché intatto il decor originale e inalterato il fascino ammaliante dei luoghi, nonostante le minacce «espansionistiche» e «cementificatrici» del Vomero. L'ultimo grande momento di splendore Villa Lucia l'ha conosciuto per la presenza di tutta una serie di artisti che vi si erano andati a «rifugiare»: qui si riappacificarono Gemito e Mancini (1923), abitarono Sara Corradini e Roberto Pane, Lenci e Céline Robellatz. E ancora qui, Paolo Ricci, dal 1938, ha avuto il suo studio, luogo d'incontro per l'eccellenza dell'intellettualità cittadina e nazionale: assidui frequentatori ne furono Viviani, De Filippo, Pratolini, Gatto, Crisconio, De Angelis, Guttuso, Bernari, Velio Spano, Togliatti, Valenzi ecc. E fu questo luogo irripetibile a far cantare August von Platen: «Vieni o straniero, nella grande Napoli, vedila e muori. / Impara qui a godere, ad essere felice e poi muori».